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Introduzione
 
 
Una storia non soltanto nostra
 
1997, Giugno: "è tempo di trasloco fisico e mentale...sto prendendo servizio a Roma per dirigere il Dipartimento di Salute Mentale della Asl Rm C. La rivisitazione mentale delle cose fatte comporta in queste situazioni "critiche" sempre una sensazione di perdita. Alcune cose non torneranno più, se non nella memoria; le sostituiranno altre, di cui si è in attesa, febbrile e un poco preoccupata, comunque fieri di avere accettato la scommessa...”. Era l'introduzione, ancora attualissima, di "Quando spunta il sole?", libro piccolo ma significativo e ricco di contenuti, che raccoglie i dodici numeri (uno per mese) del giornale redatto nel SPDC di Mantova dai pazienti lì ricoverati[1]. In quei giorni lasciavo Mantova per venire a Roma. La vita riserva sorprese e coincidenze...Ora lascio questo Dipartimento con questa introduzione alla nuova edizione della Carta dei Servizi che, più di 10 anni fa, pubblicammo tra i pochi, forse i primi, Dipartimenti, nati sulle ceneri del manicomio.
 
Eravamo ben consapevoli della scommessa in gioco, e di quanto grande essa fosse. L'impegno per garantire qualità ai nostri servizi romani in questi anni è stato enorme; a volte ci siamo sentiti impotenti e non sufficientemente attrezzati, ma c'è l'orgoglio di avere fatto tutto, spesso riuscendoci (lo confermano gli scritti di Marina Cornacchia e di Francesca Adinolfi, che ringraziamo di cuore), per rispettare quanto ci eravamo ripromessi: “costruire un servizio flessibile, capace di accogliere e rispondere in modo efficace alle domande poste, con l’obiettivo di contribuire al benessere e al miglioramento della qualità della vita e delle relazioni di tutti”. Ci ha dato spesso coraggio il “gusto” di essere stati scelti da Andrea Alesini, primo Direttore Generale della ASL della neonata aziendalizzazione, medico igienista...generoso e colmo di impeto ideale...che aveva già iniziato una riorganizzazione radicale della ASL...valorizzando lavoro e impegni di coloro che lo meritavano...inaugurando una fase intensa e originale centrata sul rapporto diretto con l'utenza....
La sua “reggenza” fu breve, troppo, una primavera, l'espace d'un matin, inversamente proporzionale al ricordo, grande grande, che serbiamo di lui, carico di stima, affetto e commozione[2].
Una Carta dei Servizi, a maggior ragione se di salute mentale, la pensiamo “pret a porter”, un tomtom per orientarsi nei luoghi dove si va se non si sta bene di testa, che sia (mi si passi un'altra metafora) come un Portolano, quaderno presente in ogni imbarcazione (non siamo tutti nella stessa barca?) con le coste, le loro tipicità e punti di repere, ma anche gli scogli, i ripari, i relitti, i ridossi: una mappa che sappia indicare, visto che di salute mentale parliamo, anche i rischi che si annidano ancora, a manicomio morto e sepolto, se si entra, per forza o per voglia, nel circuito psichiatrico. 
 
La geografia di questi luoghi è costruita non solo su spazi fisici ma anche sulle parole, sui sentimenti, prodotti dalle dimensioni spesso intangibili, come la comunicazione, l'intersoggettività, il legame sociale, lo scambio, i simboli. Più che il quanto, unità di misura è il come, la visibilità, la cooperazione, gli affetti in gioco ed è facile perdervi contrattualità sociale, dilapidare il potere di esercizio dei ruoli, affettivi, relazionali, familiari, lavorativi, che ci fanno cittadini, vedere scemare progressivamente i diritti, i più elementari di sopravvivenza biologica e sociale ma anche quelli più sofisticati, di comunicazione e di critica (la scienza delle malattie mentali negli "asili" della follia, per Foucault, sarà solo e sempre osservazione e classificazione, senza possibilità alcuna di dialogo). Tanto più se chi fornisce la prestazione è solo un erogatore e chi la usa, un utilizzatore passivo.
 
Li volevamo, questi servizi, e lo scrivemmo già anni fa, non crocevia di controlli e consensi per legittimare l’assetto sociale dato ma piuttosto punti di osservazione privilegiati, capaci di sbirciare l'apparato sociale nel suo insieme; servizi non solo, e non più, di psichiatria ma di salute mentale di comunità dove rispondere alle domande d’aiuto fosse partecipare ad arricchire la capacità di fronteggiare la sofferenza ma anche impegnati a ridurre fratture e barriere sociali, invertire processi di selezione e di esclusione, coniugare la dimensione individuale con quella del benessere collettivo; servizi che fossero spazi di transito dei bisogni della gente, sempre più nel tessuto della Comunità, con rapporti progressivamente più stretti con i Municipi di riferimento, nell'utopia attiva e concreta di diventare luoghi di scambio, comunicazione e cultura, veri “mercati” di reciprocità.
Nel Barone rampante Italo Calvino narra di due fratelli: uno, Cosimo, è stanco del conformismo che lo circonda, disubbidisce al mondo, sale su un albero e ci resta tutta la vita. L'altro, Biagio, è invece ben radicato sulla terra, ligio ai doveri della realtà. Le due dimensioni (spesso la letteratura nel narrare il verosimile e il fantastico apre la strada a una maggiore comprensione della realtà) descritte con ironia e intelligenza fanno "sognare" un servizio con le radici (Biagio) ma anche (Cosimo) con le ali: il realismo non deve andare a discapito della trasformazione dei possibili, latenti nella realtà e che la realtà tradizionale a volte nasconde.
 
Forse troppo candidamente, abbiamo auspicato che nei servizi la necessità solidaristica di equità e giustizia potesse convivere con la necessità aziendale di far quadrare i conti senza esserne sopraffatta. Su tutto ciò è calato il maglio della crisi senza prospettiva, della crescita obbligatoria, del profitto finanziario, della competitività con tutto ciò che poi è seguito: piani di rientro, spending review, rigore dei criteri di Maastricht. Al governo democratico, per Niklas Luhmann, si è sostituita la tecnocrazia e la governance. L'unica verità, sembra, quella degli economisti, ossessionati dal debito pubblico, dalla caduta del pil per cui sono infondate proposte, che non parlino che della morte di cui deve morire la sanità pubblica. E invece grandi economisti (Adam Smith, Stuart Mill, Keynes...) sono stati filosofi della politica e della morale e logiche di economia possono rendere compossibili diritti e limiti (confortano Nobel come Krugmann o Stieglitz), sposando impegni su questioni di valore che tengano conto di fattori sociali, etici, politici nel senso migliore del termine. Con parole più semplici ma non meno efficaci lo scrive in questa Carta, Marina Cornacchia, Presidente della Consulta di Roma capitale. Diceva Vieri Marzi, grande psichiatra basagliano, morto troppo presto: “ Se non sei disposto a cambiare il mondo con lo psicotico, non puoi curarlo” e Edgar Morin: “Più un sistema è complesso, più la solidarietà è un obbligo, non un optional ”.
Al dogma neoliberista si è affiancato purtroppo un ingravescente, rovinoso disinteresse degli amministratori via via succedutisi, con qualche eccezione, a volte impensabile e non prevista, visto che, passateci un po' d'ironia, veniva dai “loro” e non dai “nostri”. Torna alla mente la metafora di Adorno sulla stupidità[3]. Ma nessuna stupidità potrà cancellareche i matti, “hommes infames”, sono ridiventati persone, che i servizi non sono più gli archivi polverosi di dolore di foucaultiana memoria ma possibili spazi aperti di solidarietà e accoglienza, dove la vita è scandita dai tempi del quotidiano, corali e collettivi e che un bagno di passioni ha travolto la psichiatria (gli psichiatri?) senza cuore e senza anima, non in astratto, ma “sul campo di battaglia” dove si sono risentite voci mute da decenni, diventate prima timidi balbettii, poi diritti, rivendicati e riacquisiti, di partecipazione e libertà. Tutto ciò che tanti portatori di speranze collettive[4] hanno pensato possibile si è realizzato ed è ormai parte della Storia, che non è soltanto nostra, ma di tutti, soprattutto dei pazienti, una Storia per una volta scritta dai cosiddetti perdenti, e non dai vincitori.
 
"Quando un vasaio si ritira, lascia al vasaio più giovane il suo vaso migliore e in questa vera e propria cerimonia di iniziazione il giovane non conserva il capolavoro, solo contemplandolo e ammirandolo, ma lo butta per terra, rompendolo in mille pezzi, che poi raccoglie e incorpora nella sua argilla...": è leggenda profana, dalla memoria orale degli indigeni dell'America nordoccidentale.
Quale vaso lasciare? Quale il migliore? Tante esperienze meritano ma scegliamo quella nella Scuola, nelle scuole, ad Arezzo, Genova, Mantova, Roma, con centinaia di studenti e professori. Punti di riferimento comuni: la Costituzione, la Carta dei diritti dell’Unione Europea, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la 180.. in un reciproco apprendimento abbiamo affrontato il pregiudizio che segna ancora il matto, "naturalmente" irrecuperabile, pericoloso, cronico e che “sporca” il senso di una delle battaglie (anche politiche) più umane condotte negli ultimi 150 anni di storia italiana, una rivoluzione culturale e sociale che ha portato alla liberazione dei malati prima, alla nuova legge, di civiltà e progresso, poi.
 
“In me esisteva l'idea che fosse pericoloso... poi abbiamo vissuto con loro anche se per poco tempo, in casa famiglia abbiamo mangiato insieme, è stata un'esperienza forte. Siamo entrate con una visione, siamo uscite piene di gioia e con tutt'altro pensiero” narra Cristina, studentessa. "...Era forte la prevenzione, la paura ad affrontare queste persone ma, vivendo e parlando con loro, il clima si è sciolto del tutto e l'opinione cambiata; ritengo che tale esperienza valga molto di più di un qualsiasi libro letto” ribadisce la professoressa (cfr. "Chi ha paura della follia? - La 180 nella Scuola: roba da matti", Armando ed., scritto con Mariella Ciani, professoressa e Angelo Di Gennaro psicologo).  Non si sono volute dare risposte ma stimolare domande: è possibile demarcare una volta per tutte ragione e follia? chi stabilisce che uno è sano e l'altro pazzo? Si può recuperare, nello sguardo di chi ci chiede aiuto, un punto di partenza per un sogno di libertà? In queste sfide abbiamo visto tanti giovani crescere e partecipare sempre più maturi alla vita scolastica prima, a quella sociale poi.
Migliore commiato ci pare non possa esserci delle parole che Franco Basaglia nel 1979, a pochi mesi dalla morte, diceva in Brasile (cfr. le "Conferenze brasiliane") quando coinvolse in riflessioni pubbliche sul significato del suo lavoro centinaia di persone, di varia umanità e professionalità: “Io sono come il menestrello medievale che attraversa i villaggi e se ne va. Quando partirò, il palco non dovrà restare vuoto”. E il palco (lo abbiamo fantasiato, e, come nelle favole, avveniva davvero!!!) d'incanto si popolava di tutti quei protagonisti, pazienti e poi familiari e via via infermieri, medici, assistenti sociali, psicologi, amministratori, politici, sindacalisti, giornalisti, studenti, persone di cultura, ma anche semplici, sensibili cittadini che hanno reso possibile questa impresa collettiva, iniziata in frontiera con creatività, pazienza, fiducia nel confronto, nella ricerca, nella forza della ragione, e che, per Francesco De Peri, “chiude il ciclo delle grandi utopie sociali ottocentesche". 

 

Dott. Luigi Attenasio 

già Direttore Dipartimento Salute Mentale ASL Roma C    



[1] Con loro ci si riuniva periodicamente e insieme agli operatori si mettevano insieme riflessioni, punti di vista, osservazioni che trascritte costruivano un vero e proprio Gazzettino della vita quotidiana del reparto ma anche del Dipartimento e dei suoi vari servizi, dagli ambulatori territoriali fino ai centri diurni e residenziali. Questo "comitato di redazione", era  logicamente un po' instabile per il ricambio di ricoverati: ciò più che un difetto divenne un pregio per il turnover di persone e idee in un vai e vieni ricco di inventiva e fantasia. Nel reparto la contenzione era stata sconfitta già nel primo anno della nostra gestione e le persone anche in crisi acuta venivano gestite e assistite senza essere più legate. Ciò era di grande conforto e segnava il clima del reparto per un lavoro di cura routinario di grande dignità che aveva al centro il rispetto dei diritti dei ricoverati

[2] Di  Andrea abbiamo un ricordo ormai lontano nel tempo, ma vivissimo, che fa ancora parte della “cassetta degli attrezzi” che in questi 15 anni ci ha accompagnato, “ombrello contro le intemperie”. Lo incontrammo, una sola volta purtroppo, per il tragico destino che ne segnò l'esistenza, nel 1996, fine Gennaio o inizio Febbraio, comunque nell’imminenza del carnevale. Ci ricordiamo bene quando, perché ci offrì delle frappe, dolci di quel periodo, che gli avevano regalato e che erano sul suo tavolo. Malgrado il suo ruolo di direttore generale si iniziò in modo subito non formale e molto cordiale. Con lui avevamo in comune tante cose senza esserci mai conosciuti prima, sicuramente una visione democratica del lavoro istituzionale nel pubblico. Ci si dette subito del tu e non solo per un fatto corporativo (era anche lui un medico e tra colleghi è uso darsi del tu). La sua esperienza in campo di riforma sanitaria, la famosa 833 di cui era stato, per la sua competenza e origine umbra, tra gli artefici, fu subito un terreno di  confronto e molte cose si scoprirono patrimonio comune. Eravamo fermamente convinti che la Salute non è una merce e tanto meno la Salute Mentale e che, come scrive Luciana Castellina, “era evidente che il progresso, nell'orizzonte del capitale, non avrebbe portato più libertà, ma meno, anzi imbarbarimento”. Vi era anche la appartenenza ad associazioni gemelle, Medicina Democratica lui, Psichiatria Democratica noi. Ma quello che sorprese ambedue, quando si arrivò a un livello di confidenzialità,  sbocco naturale di un rapporto costruito in modo sorprendentemente rapido, fu che eravamo nati lo stesso anno, 1949, lo stesso mese, Gennaio e quasi lo stesso giorno, 16 e 18. Sembrò un segno del destino e scherzando, da buoni Capricorno, testardi, concreti e utopisti insieme, ci ripromettemmo tante belle, importanti, cose da fare insieme per inverare quella frase che era una delle sue: “sembra assurdo che i servizi nati per l’uomo debbano essere ricondotti ad una dimensione umana perché l’hanno persa o mai l’hanno avuta. Eppure è questo l’unico obiettivo concreto: rimettere gli uomini e le donne al centro del sistema” e che sempre ci accompagna. Un mese dopo si seppe che aveva un cancro all’intestino. Morirà dopo nove mesi  nella notte di Natale del 1996 a soli 48 anni.

[3]  “l’intelligenza che è creatività, somiglia alle antenne della chiocciola, scrive Adorno. Qualcuno colpisce le antenne perché queste si ritraggano e ogni volta la chiocciola le riporta fuori, perché continuino a esplorare il mondo attorno. Ma se di nuovo arriva il colpo, le antenne si ritraggono, e a ogni colpo la chiocciola tarda di più a estroflettere la sensibilità, e ogni volta le estroflette un po’ meno. E tuttavia quelle antenne esistono, quella sensibilità è annidata da qualche parte, è democraticamente diffusa ai quattro angoli del mondo, e chi coltiva la passione della democrazia la va a cercare...” da Lidia Campagnano, Gli anni del disordine: 1989-1995.  Ed. La Tartaruga, Milano, 1996

[4] E' la traduzione di "Hoffnungstrager", l'appellativo con cui venivano indicati i "Grunen", i Verdi, in Germania sin dalla loro prima apparizione politica. Lo scrive Alexander Langer il 21/10/1992 su "il manifesto" in un commosso ricordo di Petra Kelly, morta drammaticamente insieme al suo compagno ("Addio, Petra Kelly").

Anche Alexander Langer morirà tragicamente, suicida, a Firenze nel Luglio del 1995.